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Opere \ Pagliacci

Pagliacci

Pagliacci

(Dramma in 1 Prologo e 2 Atti - Musica e Libretto di R. Leoncavallo)

Come già la Cavalleria Rusticana di Mascagni, anche I Pagliacci di Leocavallo raccolsero, fin dalla loro prima rappresentazione alla Scala di Milano il 22 Maggio 1892, uno straordinario successo, che rese improvvisamente noto il loro autore anche oltre i confini italiani. Ed anche quest’opera venne assunta a manifesto del verismo musicale italiano. Entrambe infatti sono ambientate in un piccolo paesino della sud Italia (in Sicilia la Cavalleria, in Calabria i Pagliacci) ed hanno per protagonisti gente semplice, di bassa categoria sociali, senza grandi possibilità, che vive di mestieri umili e spesso duri (contadini e carrettieri in Cavalleria, attori saltimbanchi in Pagliacci). Sono questi, probabilmente, i motivi principali del loro straordinario successo, nonché dell’usanza – reiterata dai lustri successivi alla loro stesura fino ad oggi – di rappresentarle nella stessa serata. La vicenda de “I pagliacci” è addirittura ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto e su cui si trovò a giudicare il padre di Leoncavallo, magistrato a Cosenza.

PERSONAGGI PRINCIPALI: Nedda (Colombina), attrice moglie di Canio; Canio(Pagliaccio), capo della compagnia; Tonio (Taddeo), attore; Peppe (Arlecchino), attore; Silvio, possidente della zona.

TRAMA

Prologo. Un pagliaccio gobbo, Tonio, viene sul proscenio per preparare gli spettatori alla rappresentazione, sintetizzandone tutto il complessivo significato: davanti ai loro occhi verranno rappresentati sentimenti vivi d’amore e d’odio, di rabbia e di dolore, di angoscia e di vendetta. Ciò a cui si sta per assistere è vita vissuta, non rappresentazione fittizia.

Atto Primo. Fine ‘800, un paesino calabrese. Sulla Piazza del paese arriva una compagnia di saltimbanchi girovaghi. Canio, il primo attore, sospetta che Tonio insidi sua moglie Nedda e lo ammonisce drasticamente: se Arlecchino, nella finzione della recita che sono soliti mettere in scena nelle piazze, può corteggiare senza grosse conseguenze Colombina, seppur ella appartenga ad altro uomo, nella realtà le cose finirebbero in modo assai diverso. Queste parole turbano molto Nedda, che davvero tradisce il marito Canio, seppur non con Tonio come egli sospetta, ma con Silvio, un ricco e giovane possidente della zona, con il quale medita di fuggire. Una volta allontanatosi Canio, Tonio, lui però sì attratto da Nedda, tenta degli approcci con la donna, ma viene da essa respinto con disprezzo e scherno per le sue deformità. Rifiutato e oltraggiato Tonio ha pronta la sua vendetta: conoscendo il segreto amoroso di Nedda, la denuncia a Canio. Una volta appresa la sua infedeltà, Canio tenta di farle confessare il nome del suo amante, arrivando a minacciarla con un pugnale. Intervengono però Tonio e Beppe, altro attore della compagnia, per ricordargli che, secondo la deontologia tipica del mestiere d’attore, deve mettere da parte le proprie personali pene e preparasi all’imminente recita. Canio, pur soffrendo di un dolore straziante per il tradimento della moglie, non può che convenire ed apprestarsi alla recita.

Atto Secondo. Si rappresenta la commedia e realtà e finzione si mescolano pericolosamente: Colombina (Nedda) è corteggiata da Taddeo (Tonio), ma Arlecchino (Beppe) lo scaccia corteggiando a sua volta la fanciulla. Sopraggiunge però Pagliaccio (Canio) ed Arlecchino si dà dunque alla fuga. Pagliaccio vuol sapere da Colombina il nome del suo amante, ma la giovane non parla, provocando tanto la gelosia di Pagliaccio, da dar corso ad un finale tragico in cui sentimenti reali e avvenimenti scenici si confondo drammaticamente e definitivamente: Pagliaccio, in preda alla rabbia e al dolore, uccide Colombina, ma il pugnale ed il sangue non sono finzione scenica ma cruda realtà e Nedda cade morente invocando il nome di Silvio. Costui, che assisteva tra il pubblico alla rappresentazione, si precipita al suo fianco, ma Canio, sempre più in preda al delirio della disperazione, uccide anche lui per poi rivolgersi al pubblico atterrito con un affranto e tragico: “La Commedia è finita!”.

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